Polizia: caschi identificativi. In Europa è già realtà (link diretto al sito sorgente)
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Camera dei Deputati Atto Camera 1639 del 24 settembre 2001
Camera Deputati Atto Camera 1639 (collegamento diretto al sito del Senato della Repubblica)
Camera dei Deputati Atto Camera 1639-A
Codice etico europeo per la polizia
Legislatura XVI^ Disegno di Legge 1711
Proposta di Legge 1307/2008
Risoluzione del Parlamento europeo del 12 dicembre 2012 sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea
Polizia: caschi identificativi. In Europa è già realtà
di Massimiliano Valdannini
L’Italia
recepisce da Strasburgo solo determinate direttive. Anzi, soltanto
quelle economicamente rigoriste, poiché di allinearsi agli standard
europei dal punto di vista di regole e dei regolamenti non se ne parla
proprio.
Nelle grandi e nelle piccole questioni.
Nelle prime
possono essere catalogati tranquillamente gli emolumenti che i nostri
politici europei, nazionali e locali percepiscono, nonché quelli di
alcuni manager di aziende pubbliche. Emolumenti che vanno ben oltre
quelli che vengono corrisposti a Premier o Capi di Stato di nazioni di
non second’ordine, leggasi il Presidente degli Stati Uniti, la
Cancelliera Tedesca, il Primo Ministro inglese e così via.
Così non
è, invece, per ciò che riguarda stipendi e pensioni dei cittadini
italiani rispetto a quelli percepiti dai loro omologhi europei.
Tra
le seconde questioni, sicuramente, si potrebbe annoverare il caso che
l’Italia, da ben 12 anni, non abbia ancora saputo o voluto risolvere: e
cioè quello di regolamentare l’uso dell’uniforme e l’identificabilità
del personale delle Forze di Polizia.
L’Italia, si sa, soffre di un
atavico corporativismo che non ha eguali nel resto del vecchio
continente. I privilegi sono privilegi, e guai a chi ce li tocca!
In
questi ultimi giorni, è riemerso prepotentemente il dibattito che
riguarda questi codici identificativi sui caschi degli operatori. Come
al solito, dentro e fuori il Parlamento, sono sorte subito due scuole di
pensiero: “I favorevoli e i contrari”.
Per ciò che mi riguarda ritengo di aver dimostrato, con i miei scritti, ante 2001, di appartenere alla prima scuola di pensiero.
Questo tema salì prepotentemente alla ribalta subito dopo i nefasti accadimenti del G8 di Genova nel 2001.
Allora,
come oggi, sono sempre più convinto che l’identificabilità delle Forze
di Polizia italiane, debba essere un passo che il Parlamento dovrà
compiere per porre le stesse, al medesimo livello di trasparenza delle
omologhe polizie europee.
Infatti, l'identificazione con un codice
sgombrerebbe il campo da tante incertezze, in quanto il riconoscimento
alfanumerico permetterebbe di individuare immediatamente chi abusa del
proprio ruolo non tralasciando il fatto che verrebbe a cadere il luogo
comune della Polizia violenta ma si parlerebbe soltanto della violazione
di singoli tutori dell’ordine.
Insomma più trasparenza nei confronti
del cittadino e maggiore tutela e garanzia per la stragrande
maggioranza degli operatori delle Forze dell’ordine.
Ma non sempre
l’Italia recepisce immediatamente determinate direttive provenienti da
Strasburgo, e l’obbligatorietà del codice identificativo è proprio una
di queste.
Di buone intenzioni nel Parlamento italiano ve ne sono
state, però, magra consolazione, spesso rimangono chiuse negli archivi
di Camera e/o Senato.
Possiamo quindi asserire tranquillamente che,
se dopo oltre 12 anni durante i quali si sarebbe dovuto affrontare
questo tema, non c’è stata alcuna soluzione, è segno evidente che la
politica, o quantomeno una parte di essa, è stata totalmente
indifferente alla problematica.
La prima iniziativa parlamentare fu
avanzata alla Camera dei Deputati il 24 settembre 2001 con Atto Camera
1639 e 1639-A. La seconda fu la proposta di Legge 1307 presentata alla
Camera dei Deputati in data 17 giugno 2008.
Da ultimo il 23 luglio
del 2009 presso il Senato della Repubblica XVI Legislatura è stato
depositato il Disegno di Legge 1711 che ha per oggetto “Delega al
Governo in materia di impiego dell’uniforme e di identificabilità del
personale delle Forze di Polizia”.
Ci si domanda chi e perché tenda a
far cadere questo genere di iniziative nell’oblio parlamentare da una
legislatura all’altra. Infatti siamo nel 2013 e ancora ci troviamo a
discutere una questione di una semplicità disarmante, ma che sicuramente
ha una forte connotazione di corporativismo dentro e fuori dal
Parlamento.
Il Parlamento Europeo, in questi ultimi giorni, ha
affrontato questioni in materia di diritti umani approvando una
risoluzione, il cui art. 192 recita testualmente: “esprime
preoccupazione per il ricorso a una forza sproporzionata da parte della
Polizia durante eventi pubblici e manifestazioni nell'UE; invita gli
Stati membri a provvedere affinché il controllo giuridico e democratico
delle autorità incaricate dell'applicazione della legge e del loro
personale sia rafforzato, l'assunzione di responsabilità sia garantita e
l'immunità non venga concessa in Europa, in particolare per i casi di
uso sproporzionato della forza e di torture o trattamenti inumani o
degradanti; esorta gli Stati membri a garantire che il personale di
Polizia porti un numero identificativo”. E’ ovvio che la risoluzione di
Strasburgo vada all’indirizzo di quelle Nazioni in cui la norma non è
stata ancora applicata. E l’Italia è tra queste.
Anche le
raccomandazioni europee subiscono la stessa sorte di alcune
determinazioni, e l’Italia che ne è destinataria, naturalmente l’ha
disattesa.
Infatti essa prevedeva, sin dal 19 settembre 2001, il
recepimento del Codice Europeo di Etica per la Polizia, con l’invito, ai
45 Stati membri del Consiglio di mettere nero su bianco un chiaro
regolamento deontologico nell’ambito della sicurezza pubblica.
Basterebbe
affacciarsi alla finestra dell’Europa per constatare che Grecia,
Spagna, Francia, Germania, Svezia, Regno Unito ed altri, hanno adottato
tale codice identificativo, su uniformi e caschi per tutti gli operatori
di Polizia, senza distinzione di ordine e grado.
E’ innegabile che,
invece qui da noi, vi siano resistenze dentro e fuori del Parlamento.
Per i sacrifici a cui veniamo chiamati, in maniera costante e
continuativa quante volte ci siamo sentiti dire “Ce lo chiede l’Europa”?
In
questi casi gli Esecutivi che si sono avvicendati hanno agito
pedissequamente dalla sera alla mattina, senza se e senza ma. Invece su
certe indicazioni provenienti dall’Europa, l’Italia si dimostra alquanto
sorda.
Il nuovo Esecutivo ed il prossimo Parlamento che si
insedieranno di qui a breve, non potranno fare a meno di mettere nella
propria agenda di lavoro, queste piccole, ma al contempo grandi
questioni.
Nonché tirare fuori dalla naftalina parlamentare quei tre
Progetti di legge, che, dopo anni di attesa, meritano una risposta più
che sollecita perché, è bene ricordarvi cari Signori, che è “l’Europa
che ce lo chiede”
I riferimenti normativi citati nel corpo dell’articolo sono disponibili nella parte sottostante.
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Camera dei Deputati Atto Camera 1639 del 24 settembre 2001
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Camera Deputati Atto Camera 1639
http://www.senato.it/leg/14/BGT/Schede/Ddliter/15645.htm
Camera dei Deputati Atto Camera 1639-A
http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/stampati/pdf/14PDL0028030.pdf
Codice etico europeo per la polizia
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Legislatura XVI^ Disegno di Legge 1711
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Proposta di Legge 1307/2008
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Risoluzione del Parlamento europeo del 12 dicembre 2012 sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea
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