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giovedì 30 settembre 2004

Bossi-Fini, terrore dei poliziotti di Cinzia Gubbini –

 

Bossi-Fini, terrore dei poliziotti di Cinzia Gubbini – 

 

"..«Sui commissariati è stato scaraventato tutto l’apparato burocratico che prima toccava alla questura – spiega il segretario provinciale del Siulp, Massimiliano Valdannini – ci siamo trovati a lavorare in un contesto che non è più quello di un commissariato. Il decentramento è stato solo cartaceo ma non di uomini, mezzi e strutture. Prendiamo Primavalle – prosegue Valdannini -700 mila abitanti e 90 uomini per il commissariato, che poi sono 90 sulla carta. Togli i due aggregati alla questura centrale e tutti gli uomini che vengono utilizzati per i vari servizi ed ecco un quadro eloquente. D’altronde Primavalle è solo la punta dell’iceberg della disfunzione nei commissariati capitolini». Servono quindi più poliziotti? «Il personale c’è – risponde Valdannini – è che è distribuito male, con una penalizzazione evidente delle periferie. Gli uomini bastano, bisognerebbe avere veramente il coraggio di decentrarli»..." 

 

 

Bossi-Fini, terrore dei poliziotti di Cinzia Gubbini

Commissariato di Primavalle, un giorno qualsiasi, per caso. La sala d’attesa dell’ufficio stranieri è pieno di gente. Inutile chiedere il motivo: tutti devono rinnovare il loro permesso di soggiorno. C’è chi deve chiedere informazioni e chi ha un appuntamento per depositare, finalmente, i documenti necessari. Ma già sa che, per ottenerlo, dovrà aspettare almeno un anno. Anche per i poliziotti, però, le nuove regole della Bossi-Fini sono una specie di maledizione. Con l’emergenza rinnovi, che non esplode come caso politico solo perché di mezzo ci sono gli immigrati – personaggi di secondo piano insieme a tutti quelli che se ne occupano, poliziotti o civili che siano – il carico di lavoro è aumentato a dismisura. Stamattina nell’ufficio di Primavalle sono in tre «normale», dice un agente che ogni tanto esce dalla porta a vetri per chiamare le persone che vogliono chiedere un’informazione. Gli immigrati con l’appuntamento sono una trentina, cinquanta i numeri distribuiti in mattinata, invece, per chi vuole avere informazioni. Dentro quell’ufficio si istruiscono le pratiche, si prendono le impronte digitali, e poi si spedisce tutto alla questura centrale, che ormai assomiglia a un pozzo senza fondo. Passa – di media – un anno prima che il permesso torni indietro bello e stampato dalla «tipografia», come ormai i polziotti chiamano la Questura. Pensare che l’unico stumento in più di cui dispone la Questura è l’accesso informatico al casellario giudiziario. Per il resto si tratta sostanzialmente di una replica dei controlli già fatti dai commissariati. Una centralizzazione assurda, pensano i poliziotti. Eppure per la nuova struttura dell’ufficio stranieri centrale – trasferito di recente in un posto difficilissimo da raggiungere – sono stati spesi talmente tanti soldi, che poco è rimasto per le appendici periferiche. Quello di Primavalle vanta probabilmente un primato: quest’anno zero soldi. L’anno scorso, 500 euro. Per comprare carta, cancelleria, guanti igienici e qualsiasi altra cosa possa servire in un posto di polizia. Eppure Primavalle è una zona in cui vivono moltissimi migranti. Ventimila per la precisione, su 700 mila abitanti in totale. Una città. E poi, nei commissariati, non è che ci sia personale destinato solo ai migranti. Dipende: c’è da fare la volante, il turno di scorta alle ambasciate, raccogliere le denunce, la domenica i turni allo stadio. Oltretutto stare all’ufficio stranieri è un lavoro delicato, arrivano persone con tutto il loro carico di storie, con problemi personali enormi causati dalle assurdità della legge. Chiaramente, neanche un interprete o un mediatore culturale a coadiuvare il lavoro.

Spesso l’idea di come organizzare il lavoro diverge, tra immigrati e polizia. Gli immigrati, ad esempio, si lamentano del fatto che i commissariati fissino appuntamenti – a volte anche per cinque mesi dopo – e nel frattempo rilascino un semplice pezzo di carta con il giorno dell’appuntamento che nessuno riconosce come valido. Ma i poliziotti sono convinti che sia il modo migliore. Quando all’inizio dell’estate è arrivata dall’alto una circolare che vietava di fissare gli appuntamenti, fuori dal commissariato di Primavalle hanno ricominciato a crearsi le file di notte per arrivare primi all’apertura della porta. Sul commissariato sono cominciati a piovere gli esposti dei cittadini contro le file sotto casa, e spesso si creavano liti tra i migranti, per sabilire chi fosse arrivato prima. Insomma, a Primavalle come altrove, si è ricominciato con gli appuntamenti. Prima arrivavano a febbraio 2005, ora, aumentando il numero degli appuntamenti, si è arrivati a novembre 2004. I permessi che arrivano dalla questura sono quelli chiesti nell’agosto del 2003.

«Sui commissariati è stato scaraventato tutto l’apparato burocratico che prima toccava alla questura – spiega il segretario provinciale del Siulp, Massimiliano Valdannini – ci siamo trovati a lavorare in un contesto che non è più quello di un commissariato. Il decentramento è stato solo cartaceo ma non di uomini, mezzi e strutture. Prendiamo Primavalle – prosegue Valdannini -700 mila abitanti e 90 uomini per il commissariato, che poi sono 90 sulla carta. Togli i due aggregati alla questura centrale e tutti gli uomini che vengono utilizzati per i vari servizi ed ecco un quadro eloquente. D’altronde Primavalle è solo la punta dell’iceberg della disfunzione nei commissariati capitolini». Servono quindi più poliziotti? «Il personale c’è – risponde Valdannini – è che è distribuito male, con una penalizzazione evidente delle periferie. Gli uomini bastano, bisognerebbe avere veramente il coraggio di decentrarli».